Silvio Antoniano nacque a Roma il 31 dicembre 1540 da Matteo, agiato mercante di pannilani, originario di Castello in provincia di Chieti, e da Pa­ce Colella, romana. Fin da fanciullo diede prova di un'intelligenza robusta e vivace e di una memoria prodigiosa, tanto da divenire ben presto noto negli ambienti letterari e cortigiani della città per la sua capacità di improvvisare versi che egli stesso poi declamava accompagnandosi con strumenti musi­cali. Risale proprio a questa sua abilità il soprannome di "poetino" che gli venne attribuito e che lo accompagnò anche negli anni della maturità.

Il cardinale Ottone di Truchsess, conosciuto il raro ingegno del giovane, volle assumersi le spese della sua educazione. L'Antoniano potè così atten­dere allo studio dei classici sotto la guida dei migliori maestri del tempo: dapprima Timoteo Fabio e poi Annibal Caro e Francesco Tonano. Nel 1555 il duca di Ferrara Ercole II d'Este, venuto a Roma per l'elezione del nuovo pontefice Marcello II, dopo aver udito il giovane declamare versi volle con-durlo con sé in patria e introdurlo nella propria corte. A Ferrara l'Antoniano frequentò lo Studio per seguirvi le lezioni di diritto, ma non abbandonò le lettere classiche, che anzi perfezionò sotto la guida di valenti umanisti — da Bartolomeo Ricci a Vincenzo Maggi, da Giovan Antonio Locatelli a Giovan-battista Pigna — con i quali si legò in vincoli di profonda amicizia.

Nello stesso 1555 accompagnò Ercole II a Venezia per il passaggio della regina di Polonia, e qui ebbe modo di mettersi in luce per la «vivacissima sublimità d'ingegno» e per la sua capacità di improvvisare composizioni poetico-musicali. Analogo successo incontrò poco dopo, nel corso di un viaggio a Firenze, presso la corte di Cosimo de' Medici, al seguito del prin­cipe Alfonso d'Este.

Mentre la fama delle sue doti si diffondeva nelle corti e negli ambienti letterari di tutta la penisola, l'Antoniano continuò a dedicarsi con sempre maggiore impegno agli studi giuridici. Nel 1557, dopo la breve parentesi in cui lo Studio ferrarese fu chiuso in seguito allo scoppio della guerra fra il pontefice Paolo IV e i suoi alleati (tra i quali era il duca di Ferrara) e la Spagna di Filippo II (1556), egli ottenne, appena diciassettenne, la laurea in utroque iure. Di lì a poco, il duca lo chiamò a ricoprire l'insegnamento di Belle lettere dei giorni feriali straordinari nello Studio ferrarese, accordan­dogli una soddisfacente retribuzione.

Nel 1559, dopo la morte di Ercole II, l'Antoniano si trasferì a Roma e ot­tenne la protezione del nuovo pontefice Pio IV. Papa Medici, che aveva avuto modo alcuni anni prima di conoscere e apprezzare l'ingegno e le quali­tà morali dello studioso, lo chiamò a far parte, insieme ad altri letterati di fama, della segreteria apostolica, ponendolo al servizio di suo nipote, il gio­vane cardinale Carlo Borromeo. In questi anni l'Antoniano partecipò attiva­mente, sotto lo pseudonimo di Resoluto, alle attività dell'Accademia delle Notti Vaticane, fondata nel 1561 dallo stesso Borromeo con il fine di riunire attorno a sé i migliori intellettuali e letterati del tempo e di incrementare gli studi ecclesiastici e la riflessione sui temi teologici e religiosi. In questo stesso periodo, l'Antoniano curò la pubblicazione dell'edizione di Terenzio messa a punto dall'amico Gabriele Faerno, precocemente scomparso, e della traduzione latina, preparata dallo stesso Faerno, delle favole di Esopo, che egli fece precedere da una prefazione nella quale si soffermava sull'utilità educativa delle favole e sulla maniera di usarne con i fanciulli.

Nel 1563 Pio IV, al fine di risollevare le sorti dell'Archiginnasio Romano, segnato da una grave crisi, stabilì di nominare alcuni nuovi lettori. Tra questi vi era l'Antoniano, il cui insegnamento letterario incontrò un notevole successo. Ciò spinse il pontefice a nominarlo, l'anno seguente, vice-rettore della Sapienza e coadiutore dell'ormai anziano rettore Camillo Pernuschi.

Due anni più tardi, avendo stabilito il card. Borromeo di raggiungere la sua sede episcopale, l'Antoniano si trasferì a Milano e qui, nei mesi succes­sivi, fu incaricato di curare, con il Pogiani e l'Amalteo, la stesura in latino delle deliberazioni del primo Concilio provinciale milanese. Rientrato qual­che tempo dopo a Roma, dove avrebbe trascorso tutto il resto della sua esi­stenza, egli accantonò definitivamente gli interessi letterari, per dedicarsi agli studi filosofici e teologici sotto la direzione dei padri gesuiti del Collegio Romano. Di lì a poco, lasciò anche l'insegnamento alla Sapienza per abbrac­ciare lo stato ecclesiastico. Su tale scelta e sulla più generale volontà mani­festata in questo periodo dall'Antoniano di indirizzare la sua vita a maggiore perfezione spirituale pesarono, indubbiamente, l'esempio del Borromeo, da lui eletto a vero e proprio modello di vita cristiana, e il nuovo fervore religio­so sviluppatosi a Roma dopo la conclusione del Concilio di Trento (1563) e l'avvento al pontificato di Pio V. «Io non ho voluto — scriveva in una lettera all'arcivescovo di Milano — ritornar a legger umanità, non per fuggir fatica, ma per attender a studi più gravi, non mi parendo anco conveniente che alla vita di religioso ch'io mi ho proposta, si convenga più l'andar cogliendo fiori inutili per i prati della Gentilità».

Ha notato giustamente P. Prodi che sul mutamento spirituale dell'Anto­niano «molto dovette influire l'amicizia di s. Filippo Neri», del quale lo studioso era divenuto discepolo spirituale. «All'Oratorio filippino — scrive ancora Prodi — egli si legò ancor di più dopo la sua ordinazione sacerdotale [...]. Ogni giorno celebrava la messa nella chiesa di s. Girolamo e, dal 1577, in s. Maria della Vallicella ove gli oratoriani si erano trasferiti; il giovedì predicava nell'oratorio e partecipava talmente alla vita della comunità religiosa da essere definito in un documento filippino "homo nostro, ma che non cohabita"».

In questi anni l'Antoniano ricoprì diversi incarichi negli uffici della curia romana, mettendo a frutto le sue eccellenti doti di latinista e di studioso. Il 14 gennaio 1568 fu nominato segretario del sacro collegio cardinalizio, carica alla quale fu riconfermato ininterrottamente fino al 1592. Nel 1576 accom­pagnò in Germania il cardinale Giovanni Morone che era stato incaricato di partecipare, in qualità di legato pontificio, ai lavori della Dieta di Ratisbona. Al suo ritorno a Roma fece parte con il Baronio e il Sirleto della commis­sione creata nel 1580 da papa Gregorio XIII per la revisione del Martirologio romano. Il nuovo pontefice Sisto V gli affidò successivamente il compito di revisionare alcune edizioni di Padri della Chiesa e di comporre le iscrizioni latine dei numerosi edifici e monumenti da lui fatti erigere nel quadro del­l'opera di rinnovamento urbanistico e architettonico di Roma.

Si colloca in questo periodo, e precisamente nel 1580, l'avvio della stesu­ra dell'opera Tre libri dell'educatione christiana dei figliuoli, commis­sionatagli dal card. Borromeo. Tale scritto, l'unico a carattere non occa­sionale tra quelli redatti dall'Antoniano, si rivelò particolarmente impe­gnativo e la sua elaborazione dovette subire numerose battute d'arresto a se­guito dei molteplici impegni dell'autore. In una lettera inviata all'arcive­scovo di Milano il 30 settembre 1581, per giustificare il suo ritardo, egli scri­veva: «La Lettera di V.S. Ill.ma delli 19 la quale si è degnata scrivermi, è stata sprone opportuno, per non dir necessario a sollecitar la mia tardità, ha-vendo io fatta lunga intermissione circa il trattato cominciato, et condotto già buon pezzo avanti, della Educatione. Veramente il discorso riesce lungo as­sai, et in questa età tanto abondante di libri, temo che pochi havranno tem­po, e voluntà di legger cosa tanto lunga». Nominato da Sisto V segretario della nuova congregazione cardinalizia per le controversie dei vescovi, l'Antoniano rinunciò a tale prestigioso inca­rico, reputandolo un ostacolo al suo perfezionamento spirituale. Analoga­mente, rifiutò la nomina a sedi episcopali anche importanti offertagli dallo stesso pontefice e dai suoi successori Gregorio XIV e Clemente VIII, deside­rando non allontanarsi da Roma e, soprattutto, stimandosi poco adatto al go­verno pastorale. Accettò, invece, gli uffici di estensore delle lettere latine e di maestro delle suppliche ai quali lo chiamò Gregorio XIV; e, più tardi, di maestro di camera e poi di segretario dei Brevi durante il pontificato di Clemente VIII. Alla segreteria dei Brevi, ha notato Prodi, l'Antoniano «per il latino elegante ed ornato fu stimato degno successore del Bembo e del Sado-leto, ma si distaccò da questi (il cui stile riteneva troppo paganeggiante) con l'inserire numerose citazioni bibliche e patristiche: le lettere del pontefice — soleva dire l'Autore — dovevano distinguersi da quelle dei principi secolari». Divenuto uno dei più stretti e ascoltati collaboratori di Clemente VIII, che prima dell'elevazione al pontificato era stato tra i più assidui frequen­tatori, con il Baronio, il Tarugi e lo stesso Antoniano, dell'Oratorio filippino in s. Maria in Vallicella, fu da questi dapprima nominato membro del capi­tolo di S. Pietro e amministratore dell'abbazia di s. Maria di Monteverde in Campania, e successivamente, il 3 marzo 1599, creato cardinale con il titolo di s. Salvatore in Lauro.

Negli ultimi anni della sua vita, l'Antoniano divenne protettore di alcuni pii istituti e, in particolare, delle Scuole Pie, fondate a Roma sul finire del secolo da Giuseppe Calasanzio per l'educazione e istruzione dei fanciulli poveri. Va ricordato anzi che, nominato nel 1603 da Clemente VIII visitatore segreto, insieme con il card. Baronio, di tali scuole, nella relazione della visita che presentò al pontefice espresse vivo apprezzamento per tale istitu­zione e per l'opera del suo fondatore, contribuendo in tal modo al suo con­solidamento e attirando su di essa la protezione della Santa Sede. La morte lo colse il 16 agosto dello stesso anno. Per sua espressa volontà fu sepolto nella chiesa dei filippini di s. Maria in Vallicella.

http://www.newadvent.org/cathen/01584d.htm

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