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Nel 2024 il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni è pari al 53,3% contro il 71,1% maschile, mentre il tasso di inattività femminile raggiunge il 42,4% a fronte del 24,4% degli uomini noltre le donne risultano maggiormente beneficiarie della NASpI, segnale di una più frequente interruzione dei rapporti di lavoro.
Il gap retributivo di genere è particolarmente marcato nel settore privato, dove la retribuzione media giornaliera femminile è inferiore del 25,7% rispetto a quella maschile (82,63 euro contro 111,25), Analogo squilibrio si riscontra nella copertura dei ruoli dirigenziali: tra i dipendenti privati a tempo indeterminato solo il 21,8% dei dirigenti è donna, contro il 78,2% uomini confermando la persistente difficoltà di accesso femminile alle posizioni apicali.
Sul piano dell’istruzione le donne presentano livelli mediamente più elevati: costituiscono il 59,4% dei laureati di primo livello, il 57,8% delle lauree magistrali e il 69,4% delle magistrali a ciclo unico evidenziando un vantaggio formativo che tuttavia non si traduce in pari opportunità occupazionali.
La gestione del lavoro di cura resta fortemente femminilizzata: il lavoro domestico è svolto in larghissima prevalenza da donne e le assunzioni part-time nel 2024 riguardano per il 56,9% lavoratrici i congedi parentali risultano ancora utilizzati prevalentemente dalle madri, confermando una distribuzione asimmetrica dei carichi familiari.
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L’inchiesta nasce da cento interviste ad altrettante giornaliste, tutte le intervistate hanno subito qualche tipo di discriminazione, in molti casi con gravi conseguenze: tentativi di suicidio, ricorso a psicofarmaci, dimissioni e abbandono della professione. «Sono stata stuprata dall’editore della redazione per cui lavoravo». Adele (pseudonimo di una giornalista che, come le altre intervistate per questa inchiesta, ha scelto l’anonimato per timore di ripercussioni) racconta a IrpiMedia la violenza sessuale che ha subito quando aveva trent’anni. ...
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La lotta per il consenso non è solo una battaglia legislativa: è una lotta per l'autodeterminazione sessuale ed esistenziale
Il 27 gennaio 2026, mentre fuori dalle aule parlamentari migliaia di donne e soggettività Lgbtq+ manifestavano con striscioni che recitavano «solo sì è sì», dentro il Senato si consumava un atto simbolico di grande portata: la cancellazione del consenso come fondamento del diritto sessuale.
Con l’approvazione dell’emendamento Bongiorno — che stravolge il testo unanime già approvato alla Camera — la Commissione Giustizia del Senato ha scelto infatti di abbandonare il modello del consenso esplicito, già consolidato nella giurisprudenza italiana e richiesto dalla Convenzione di Istanbul (la Convenzione europea sulla lotta alla violenza contro le donne), per tornare a un impianto basato sul dissenso manifestato. Non si tratta ancora di legge definitiva, ma di una scelta politica che espone l’Italia a una violazione del diritto internazionale e a una regressione culturale senza precedenti negli ultimi vent’anni. ...
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