Schema della sezione

  • "... Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa, perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale.
    Non spinge la gente alla fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà.
    Il tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico.
    Il tempo a Gaza non è relax, ma un assalto di calura cocente.
    Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente diversi.
    L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante.
    Questa è l’unica competizione in corso laggiù.
    ...
    Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più disgraziata,
    la più feroce di tutti noi.
    Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo del nemico ed è il suo incubo.
    Perché è arance esplosive, bambini senza infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri.
    Proprio perché è tutte queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore tra tutti noi.
    Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie.
    Non sfiguriamone la bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia.
    Al contrario, noi abbiamo cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi
    e ci siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo vincere.
    Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni.
    Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste.
    Quando ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
    Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo.
    Perché la nostra fascinazione per lei ci porterà ad aspettarla.
    Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà.
    Non ha cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza nelle capitali straniere.
    In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri attributi, la nostra lingua e i suoi invasori.
    Se la incontrassimo in sogno forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa e di pianti per le case perdute.
    Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari.
    (Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
    Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso).
    A Gaza il rapporto della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello dell’insegnante con gli allievi.
    La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
    La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
    Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla firma né al marchio di nessuno.
    Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza.
    Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento mediatico.
    Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un sorriso stampato.
    ...
    E’ dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso.
    I nemici possono avere la meglio su Gaza.
    (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.)
    Possono tagliarle tutti gli alberi.
    Possono spezzarle le ossa.
    Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
    Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
    Ma lei: non ripeterà le bugie.
    Non dirà sì agli invasori.
    Continuerà a farsi esplodere.
    Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio.
    Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.

    Da “Silenzio per Gaza” di Mahmud Darwish.