In questo modo sprechiamo energia e motivazioni, credo che dovremmo imparare ad esser dei buoni 'follower', nel senso anglosassone, per inserirci al meglio nelle nostre filiali. La leadership arriverà, forse, più avanti.
Ragazzi sono d'accordo con tutte le vostre osservazioni. Secondo me è insito nella natura umana il conformismo, spesso ci troviamo di fronte a situazioni che, o per imbarazzo o per senso di sottomissione, non riusciamo ad essere distanti dal "tradizionale".
Nel nostro lavoro molto spesso mi sono trovata a vedere scene del genere, dove magari un collega un giorno prima in assenza del capo esprimeva il suo parere liberamente ed il giorno successivo esprimeva letteralemente il contrario senza alcun motivo (anche perchè non ha senso andare sempre nella direzione del capo...anche lui può sbagliare, no?)
Sono sincera i primi mesi lavorativi anche io mi sono molto adattata al moldo di fare degli altri ma il mio comportamento era dettato dalla non conoscenza del lavoro che dovevo svolgere...diciamo per timore di sbagliare mentre oggi con un pizzico di consapevolezza in più riesco ad esprimere liberamente le mie opinioni anche perchè nella mia filiale c'è uno spirito molto più che collaborativo con la direttrice...ahimè un pò meno con il collega che è rimasto ancorato alla banca di 20 anni fa...
E voi in filiale che rapporti avete con i colleghi? Riuscite ad esprimervi liberamente oppure...?
Buon lavoro!
Il risultato dell’esperimento di Asch, più che sorprendere, è quasi sconfortante dal momento che è la chiara dimostrazione del conformismo imperante nella nostra società.
Probabilmente anch’io, al posto dei soggetti coinvolti, dopo un’iniziale resistenza, mi sarei uniformata all’opinione dominante. Ed effettivamente mi sono trovata spesso in situazioni riconducibili a questo esperimento sociale, sia nella mia attuale realtà lavorativa che nelle mie precedenti esperienze. In particolare, soprattutto all’inizio della mia attività lavorativa in banca, mi è capitato di essere coinvolta in situazioni dove emergeva il mio ruolo di soggetto ingenuo (non ancora pienamente padrone della materia) che subiva la pressione di una maggioranza unanime che mi imponeva norme, metodologie e comportamenti organizzativi e che riusciva a modificare non solo i miei giudizi ma anche i miei comportamenti. Inoltre, mi è successo anche di osservare in altri colleghi (anche in altre situazioni lavorative) il medesimo conformismo soprattutto quando entravano in un nuovo gruppo di lavoro, per poter essere accettati più velocemente e agevolmente dal team.
Gli effetti che ho potuto osservare su me stessa sono stati inizialmente negativi poiché contribuivano a ridurre ulteriormente la mia autostima, ma tendevano a ridursi proporzionalmente man mano che aumentava la mia padronanza della materia, dell’ambiente sociale in cui operavo e dei soggetti con cui mi relazionavo (quelli alla cui opinione mi ero inizialmente uniformata). Così, con l’aumento delle quantità e qualità delle informazioni e competenze a mia disposizione, pian piano sono riuscita ad uscire dalla morsa dell’acquiescenza descritta da Asch e a motivare in maniera consapevole la mia metodologia di lavoro, spesso non in linea con quella adottata in precedenza nella stessa filiale.
Per arginare questi fenomeni di acquiescenza, dunque, la strategia vincente per la mia esperienza è stato lo studio in prima persona delle norme che regolavano la mia attività (normativa, regole, guide operative) piuttosto che la sterile acquisizione delle informazioni ricevute da terzi. Il che ha aumentato la mia padronanza della materia e la mia capacità di motivare opinioni discordanti. Altre strategie utili che ho riscontrato all’interno del mio gruppo di lavoro sono state le cosiddette tecniche dell’avvocato dell’angelo e dell’avvocato del diavolo impersonati in situazioni diverse dai vari componenti della filiale allo scopo di rivedere in maniera costruttiva i comportamenti e le dinamiche che avevano generato negli anni fenomeni di acquiescenza.
Bello scambio di idee, bravi! Penso che in tutti gli ambienti, ma soprattutto in ambito lavorativo, sia davvero importante usare l'intelligenza e imparare a pensare con la propria testa per avere il coraggio di provare a "cantare fuori dal coro". Continuiamo a rifletterci su...
Buona giornata!
Sinceramente penso che se mi fossi trovata in una situazione simile a quella dell'esperimento di Asch,inizialmente avrei provato ad esprimere il mio pensiero ma poi mi sarei un pò annoiata di "combattere" sempre contro gli altri..
Spesso ci si adegua per quieto vivere, perchè pensiamo, soprattutto nel nostro lavoro, che anche se non siamo d'accordo determinate cose dobbiamo comunque farle. Leggendo i vostri interventi mi sono resa conta che questa visione è un pò sfumata man mano che siamo diventati più esperti e consapevoli del nostro ruolo ed ognuno noi cerca di essere se stessa, esprimendo le proprie opionioni sempre, però, cercando di collaborare ed ascoltare i pareri degli altri.
Bisogna trovare il giusto equilibrio tra le parti per poter lavorare in un vero team.
SALUTI
Il conformismo, a mio avviso, scaturisce da due determinanati: dall'ignoranza (intesa come assenza di conoscenza di quell'argomento specifico per cui siamo chiamati ad esprimerci) e soprattutto dalla mancanza di personalità.
Io, per mio carattere, tendo ad essere molto testarda e quindi spesso vado contro corrente e non ho paura di esprimere il mio parere, anche se diametralmente opposto a quello di altri, ma mi è capitato di "abbassare un po' la cresta" e avere un atteggiamento assertivo in alcuni casi. Ecco due esempi:
1)Quando ho cominciato a lavorare è ovvio che fossi inesperiente e che non conoscessi minimamente gli elementi caratterizzanti il mio lavoro. In quel caso per i primi mesi ho mantenuto un atteggiamento assertivo al massimo perchè sapevo che in quel contesto era giusto apprendere e capire in che modo dovessi organizzare il mio lavoro. Nel momento in cui, però, ho acquisito conoscenza, esperienza e padronanza sono riuscita a essere più indipendente e a far emergere anche il mio aspetto anticonformista perchè ero in grado di sostenere con ragionevolezza le mie idee.
2)Altra esperienza che riguarda sempre l'ambito lavorativo è stato un incontro che la Banca ha organizzato, in cui erano presenti alcuni giovani under 35, il capo Area e il Direttore regionale. In quel caso ci veniva chiesto come vedevamo la nostra carriera lavorativa nei futuri cinque anni. Tutti i ragazzi che hanno parlato prima di me, almeno una decina, hanno detto la stessa cosa e cioè che volevano perferzionarsi nel loro ruolo e diventare più bravi. Io, con grande imbarazzo, ho cominciato a dire che non ero d'accordo con nessuno di loro e che io non ponevo limiti alla mia carriera lavorativa. In questo caso, in cui differentemente dal primo caso non occorreva avere conoscenze e competenze, ho dato una risposta in cui ho fatto emergere la mia personalità, in un contesto in cui si erano tutti palesemente uniformati (e sono sicura che lo hanno fatto per la presenza delle figure presenti alla riunione).
Questi esempi vogliono quindi dimostrare che il conformismo di gruppo si può combattere ma solo adoperando la propria personalità. A mio avviso è importantissimo riuscire a far emergere il proprio pensiero, perchè può essere importante dare il proprio prezioso contributo che,anche differente da quello del gruppo, può essere determinante nella risoluzione di un problema.
buon lavoro!
Anche a me l'esperimento di Asch non ha sorpreso più di tanto, in quanto anche io sono convinta che l'essere umano per sua natura possa essere incline a farsi influenzare dal giudizio altrui. Questo a mio parere in ambito lavorativo succede molto spesso.Per quanto mi riguarda, sono d'accordo con le affermazioni precedenti di alcuni colleghi, e anche io all'inizio della mia esperienza lavorativa talvolta non avendo la piena padronanza del contesto e della normativa, tendevo a dare per scontate e corrette le idee di colleghi più esperti, pensando potessero portare a scelte ottimali.Col passare del tempo e con l'acquisizione di esperienza e competenze, ho acquisito individualità nelle scelte, ma credo questa sia una capacità che si sviluppa nel tempo in qualsiasi ambito lavorativo.Penso che il confronto serva sempre a crescere e ad evolversi però è necessario non conformarsi sempre alle scelte altrui e avere il "coraggio" di separarsi dalla massa quando si è convinti delle proprie idee, anche perchè molto spesso avere il coraggio di "osare" e far valere le proprie convinzioni può portare al raggiungimento di un obiettivo che in caso contrario potrebbe rivelarsi un fallimento.
Molto interessante anche la seconda parte dell’esperimento, dove un ‘complice’ dà la risposta corretta.
Basta questa sola persona per fare che anche il soggetto ignaro dell’esperimento risponda correttamente.
In un ambito più vasto vi si potrebbe ricavare una ottima risposta sul perchè ribadire le proprie convinzioni anche quando esse contrastano con quelle della maggioranza, e sopratutto sul perchè ostinarsi ad agire secondo coscienza anche quando nessuno intorno pare farlo.
Basta una persona che ‘dà il buon esempio’ per incoraggiare chi sta intorno.
Nel nostro ambito lavorativo le regole e la normativa cui bisogna attenersi generano inevitabilmente conformismo ma allo stesso tempo è frequente l'utilizzo di prassi magari non del tutto corrette che vengono messe in atto solamente perché "gli altri fanno così". Questa situazione è tipica soprattutto dell'inizio dell'esperienza lavorativa in banca ma che cambia con il passare del tempo in quanto aumenta la padronanza del lavoro. Ritengo quindi che conformarsi sarà capitato a tutti ma che allo stesso tempo noi giovani dovremmo essere il motore del cambiamento all'interno dei nostri gruppi di lavoro.
L'esperimento di Asch dimostra che nessun individuo riesce facilemte a trascurare l'opinione della maggioranza: la paura della disapprovazione puo' incrinare la fiducia in sè e spingere al conformismo. Il bisogno di accettazione e di approvazione sono insiti in ognuono di noi e spesso ci cerca di soddisfarli proprio allineandosi allo stile di pensiero della maggioranza. In alcuni momenti della mia vita privata e lavorativa il "conformismo" ha rappresentato la mia comfort zone e ha significato rischiare di meno.
Essermi conformata a certi stili di pensiero o metodi operativi all'inizio della mia vita lavorativa mi ha comunque aiutato ad inserirmi in un gruppo di lavoro. Solo dopo che mi sono sentita accettata e solo dopo aver ricevuto dei fedd back positivi, che hanno aumentato la mia autostima, mi sono sentita piu' libera di esprimere con maggiore convinzione e determinazione le mie idee.
Leggendo quà e là mi sono imbattuta in questa interessante citazione: "IL CONFORMISMO E' IL CARCERIERE DELLA LIBERTA' E IL NEMICO DELLO SVILUPPO" (J.F. Kennedy)
Essere conforme non dovrebbe assumere necessariamente un'accezione negativa; essere conforme è senso di appartenenza, di similitudine e, perchè no, di ordine.
Sappiamo bene che tutti noi abbiamo bisogno anche di questo. In parte, aggiungerei...
In realtà penso che è dal caos che nascono le scelte migliori; è il caos che ci permette di percepire bene, con chiarezza, la propria idea e di rompere lo schema della routine. é così che nasce la scelta consapevole!!!!
Nella mia esperienza lavorativa, soprattutto nella fase iniziale, l'essere conforme è stato uno stato prevalente.
Grazie all'esperienza, alla conoscenza del contesto lavorativo, ho imparato a tenere a bada la paura e soprattutto la paura del giudizio del collega. In questo modo si è sviluppata la mia "identità lavorativa"che mi è servita a stare dentro al gruppo ma anchea diventare indipendente da esso, a crescere.
Dire che nella nostra routine lavorativa non ci sia un forte senso di conformismo sarebbe una bugia )) però credo che, allo stesso tempo, farsi un 'idea su ciò che accade intorno a noi, non solo ci aiuta a capire quando e quanto è opportuno "essere conforme", ma soprattutto, quando e quanto è giusto e doveroso "differenziarci", "opporsi", al fine di poter scegliere e quindi di poter crescere.
A volte risulta anche comodo conformarsi al gruppo, per poter essere apprezzati e diventare così un gruppo compatto. Cosa altrttanto vera è, secondo me, che se si pensa a volte con la propria testa e si cerca di "uscire fuori dal coro", assumendosi tutte le dovute responsabilità del caso e le relative conseguenze, si riesce anche meglio.
L'esperimento di Asch ne è un esempio: tutti si conformano al gruppo, ma se il candidato non si fosse espresso solo con linguaggio non verbale (manifestando a volte sguardi contrari a ciò che stava dicendo) e sarebbe uscito fuori dal gruppo, avrebbe sicuramente dimostrato le sue capacità.
Ritengo che queste esercitazioni sono molto utili, perchè ci permettono di riflettere anche sui nostri comportamenti lavorativi.
L'esperimento di Asch non mi sorprende più di tanto dato che spesso mi è capitato di assistere a situazioni in cui le persone si sono dimostrate, con grande delusione, il contrario di quello che professavano di essere, uniformandosi al modo di pensare e alle opinioni del "leader" del momento. L'inesperienza e l'immaturità di sicuro rendono difficile l'affermazione del proprio pensiero e del proprio modo di essere. Questo è capitato anche a me durante il periodo dell'adolescenza quando, per essere accettati dal gruppo, era necessario pensarla allo stesso modo, vestirsi allo stesso modo, esprimersi come si esprimevano gli altri. Ma questo atteggiamento non mi faceva stare bene generando in me una sensazione di disagio. Col tempo ho imparato a non curarmi delle conseguenze ma ho dato libero sfogo al mio modo di essere e soprattutto alle mie opinioni pur se contrastanti con quelle della massa. Quindi, trovandomi coinvolta nell'esperimento di Asch non avrei esitato a dire la mia senza condizionamenti. In ambito lavorativo mi capita spesso di vedere atteggiamenti ambigui da parte di colleghi che il più delle volte fanno buon viso a cattivo gioco. Purtroppo in certe circostanze bisogna anche saper "fingere".... e nel nostro lavoro questo capita abbastanza spesso. L'importante è non perdere mai di vista il prorio essere e le propie idee.
L'esperimento di Asch ha attirato la mia attenzione anche durante le lezioni (il video c'era stato mostrato in aula).
E' più facile conformarsi ai pensieri del gruppo, piuttosto che sprecare energie per difendere le proprie idee differenti.
Chiaramente non per forza le proprie idee sono le migliori e, come mostra l'esperimento, non è detto che le idee del Gruppo lo siano. Come ha già detto qualcuno dei colleghi, la soluzione migliore è confrontarsi, non conformarsi. Se un individuo ritiene valida la propria idea, il proprio pensiero deve difenderlo e non modificarlo per compiacere ad un gruppo.
Nell'attività lavorativa di tutti i giorni si assiste spesso a fenomeni di conformismo, forse sopratutto si tende a conformarsi alle idee/opinioni dei superiori, anche se vanno contro i nostri pensieri e le nostre opinioni.
Concludo dicendo che se fossi stato al posto del soggetto coinvolto nell’esperimento di Asch avrei dato la mia opinione. Non sarei riuscito ad accodarmi solo perchè gli altri davano una risposta identica, per me del tutto errata!
L'esperimento di Asch non mi sorprende, il conformismo in alcuni casi è difficile da superare in particolare nella vita lavorativa e nelle relazioni con gruppi numerosi è sempre difficile trovarsi nella situazione di dover sostenere una tesi da solo.
E' difficile dire come mi sarei comportato se mi fossi trovato nella situazione descritta dall'esperimento anche se è nel mio carattere cercare sempre di sostenere ciò che penso e se mi accorgo di aver sbagliato anche di tornare sui miei passi.
Nell'ambito lavorativo si osservano costantemente certi atteggiamenti, spesso a nostra insaputa facciamo delle cose in maniera sbagliata per seguire ciò che "è sempre stato fatto così" , magari per la mancanza di tempo di leggere i manuali oppure per pigrizia. Questo naturalmente porta a un ripetersi costante degli errori e a non migliorare mai il proprio lavoro.
Tale fenomeno può essere limitato cercando di portare avanti le proprie idee nel momento in cui si riscontra l'errore e farlo presente anche ai superiori o ai colleghi.
E’ probabile che la maggior parte di noi ritiene di essere abbastanza anticonformista da resistere ai condizionamenti di un gruppo quando sappiamo di essere nel giusto e di essere capaci di difendere con forza le nostre idee, ma io ritengo che in realtà è più probabile che (per non incorrere nella disapprovazione del gruppo) la maggioranza degli individui finga di accettare la norma “imposta” dal gruppo, anche se in realtà ritiene quella norma sbagliata.
Infatti non credo che occorra neanche andare tanto lontano dalla nostra realtà quotidiana per valutare la validità di tale assunto: soprattutto se ripensiamo ai primi tempi della nostra esperienza lavorativa, pochi di noi possono veramente vantarsi di essere riusciti a rappresentare la “voce fuori dal coro” nella realtà di filiale: un po’ per la nostra inesperienza, un po’ perché eravamo gli ultimi arrivati, ed un po’ perché il nostro ingresso in azienda era caratterizzato (e per molti di noi è ancora così) dalla condizione di apprendistato.
Perciò, in tutta onestà, non mi sento di affermare con assoluta sicurezza che in OGNI circostanza – pur conservando uno sguardo critico ed un’opinione personale – io possa essere capace di evitare che il mio comportamento possa rivelarsi estraneo ad ogni fenomeno di condizionamento.
L'esperimento di Asch fa notare quanto sia fondamentale il giudizio degli altri. Anche se ci si trova di fronte ad un dato oggettivo e palese è difficile esprimere la propria idea se è diversa da quella di tutti gli altri. Tutti noi siamo condizionati, in modo più o meno consapevole, dagli altri e il bisogno di sentirsi accettati fa spesso evitare di esporsi in prima persona; in questo modo ci si uniforma alla massa e si evita lo "scontro".
2) Se fosse stato al posto del soggetto coinvolto nell’esperimento che risposta ritiene avrebbe dato?
3) Ha osservato in una situazione di lavoro un fenomeno di questo tipo?
4) Lo ha vissuto in prima persona o lo ha visto in altre persone?
5) Che danni ha prodotto?
6) Come fare per limitare questo fenomeno?
Credo che l'influenza delle persone del proprio gruppo di appartenenza sia inevitabile, c'è da dire, però, che il risultato dell'esperimento che porta il soggetto a negare quasi l'evidenza mi sorprende e un pò mi spaventa. La forza di affermare le proprie idee, quando tutti la pensano diversamente non è facile e ,spesso, se quanto c'è in ballo non è di importanza fondamentale, non c'è neanche l'interesse a volersi affermare sulla volontà di gruppo, per mantenere il c.d. "quieto vivere", ma ribadisco solo per questioni di minima importanza. Il reale problema potrebbe emergere per questioni più rilevanti, nel cui contesto credo debba essere il leader del gruppo non solo a fornire libertà di espressione, ma a garantire un clima tale per cui si riesca a non aver remore a dissentire dalla maggioranza. Mi sono trovata spesso in situazioni del genere, di natura sono abbastanza puntigliosa e cerco di far sentire la mia voce, ma cerco di evitare contrasti forti e l'esser messa in condizione di farlo all'interno di un gruppo il cui leader provvede a far da mediatore tra le varie istanze mi è sempre stato d'aiuto e da incentivo per esprimermi liberamente.
Credo che sia una questione caratteriale in primis, ma anche dettata dalle condizioni lavorative, mi spiego meglio: appena sono stata assunta in questa azienda ho spesso mitigato le mie idee contrarie e ho dovuto combattere contro la mia voglia di andare contro cio' che si stava stabilendo all'interno del gruppo nonostante pensassi qualcosa di diverso, ma questo solo per via sia del contratto sia del fatto che quando entri in un gruppo di lavoro spesso è meglio farlo in punta di piedi. Una volta però passata la prima linea di imbarazzo e di accettazione degli altri, tendo sempre a dire ciò che penso anche contro le opinioni predominanti. Certo questo spesso non gioca a favore in quanto far valere la propria opinione o renderla anche credibile non è semplice davanti a un gruppo che sostiene la cosa contraria, ma come dicevo prima credo sia una questione caratteriale.
) Il risultato dell’esperimento di Asch la sorprende?
2) Se fosse stato al posto del soggetto coinvolto nell’esperimento che risposta ritiene avrebbe dato?
3) Ha osservato in una situazione di lavoro un fenomeno di questo tipo?
4) Lo ha vissuto in prima persona o lo ha visto in altre persone?
5) Che danni ha prodotto?
6) Come fare per limitare questo fenomeno?
L'esperimento così come viene posto fornisce risultati un pò sorprendenti dimostrando in maniera scientifica una prassi che gli individui adottano spesso in un gruppo di lavoro.
Al posto del soggetto avrei provato a mostrare l'evidenza del test, ma forse anche io avrei preferito volgermi in maniera positiva nei confronti del gruppo adottandone la norma.
Anche a me è capitato spesso di accompagnare un pensiero di gruppo seppure non lo ritenessi corretto.
condivido pienamente l'esperimento e sono daccordo con le conclusioni raggiunte dallo scienziato, anche se ho le mie riserve derivanti dal fatto che credo che se una persona ha una spiccata personalità ed una ampia e forte considerazione di se stesso difficilmente cadrà nel conformismo..... nei nostri ambienti di lavoro ma anche fuori siamo bombardati di messaggi che tendano alla conformità tutto sta nel lavorare con molta pazienza ad aumentare la stima nella propria persona e nei propri mezzi e nelle proprie capacità, ascoltando sempre le considerazioni e le opinioni di tutti ma cercando di creare una propria visione del mondo
2) Se fosse stato al posto del soggetto coinvolto nell’esperimento che risposta ritiene avrebbe dato?
3) Ha osservato in una situazione di lavoro un fenomeno di questo tipo?
4) Lo ha vissuto in prima persona o lo ha visto in altre persone?
5) Che danni ha prodotto?
6) Come fare per limitare questo fenomeno?
Mi sono sempre chiesto perchè mai un intero esercito, o comunque la stragrande maggioranza dei sooldati nazisti, avesse dato adito e esecuzione a tali follie. Un pò avevo sentito e letto di studiosi che definivano la guerra come una droga e l'individuo trovandosi in situazioni estreme era portato a spostare i suoi orizzonti etici e morali.
Leggendo queste teorie sul conformismo ho avuto la conferma che tali spiegazioni erano plausibili.
Per quanto riguarda la mia personale esperienza sia lavorativa che non, non mi è mai capitato (fortunatamente) di vivere situazioni tanto estreme, ma spesso in presenza di gruppi guidati da leader abbastanza indiscussi mi è capitato di assistere a manifestazioni eclatanti di cambio di giudizio da parte di testimoni oculari. Tutto questo può portare ad una realtà fuorviata e fuorviante come d'altronde lo è ad esempio il paradosso della negazione della Shoah. La soluzione a tali comportamenti può venire solo dalla trasformazione del pensiero morale di gruppi o ambienti fuorviati, (che spesso vivono sentimenti di estremismo, fondamentalismo e eccessiva autostima con la negazione di tutto ciò che è altro) attraverso una maggiore apertura verso l'esterno dovuta o a situazioni contingenti o gestita da autorità sovraordinate/illuminate.
Ci si potrebbe trovare facilmente in situazioni in cui, per motivi di insicurezza, si preferisce allinearsi a quello che rappresenta l'idea della maggioranza, e, quindi essere accettato più facilmente, piuttosto che portare avanti le proprie idee e andare contro a ciò che potrebbe portare ad un distacco da essa.
Personalmente non ricordo di essermi mai trovata in situazioni del genere, tranne nel caso in cui non si è sicuri di qualcosa, e magari ci si allinea all'idea degli altri. Anzi spero che l'autostima che ogni persona abbia la porti ad esprimere e dire la propria opinione in ogni situazione, cercando di avvicinarsi all'idea che "il mondo è bello perchè è vario" piuttosto che allinearsi ad un unico pensiero.
I risultati dell’esperimento di Asch non sono altro che la chiara manifestazione delle paure dell’individuo di sentirsi diverso, criticato e aggredito qualora il proprio parere si discosti da quello della maggioranza. Ricevere il consenso o l’approvazione degli altri, o manifestare i propri riguardo a ciò che la maggioranza esprime, permette di collocarsi in quella zona di comfort che consenta di affrontare i problemi con maggiore tranquillità, soprattutto in ambito lavorativo. Solo se si ha piena sicurezza in se stessi e si crede fino in fondo alle proprie idee si è in grado di assumere un atteggiamento più anticonformista che consenta di resistere ai condizionamenti di un gruppo coeso ed esprimere il proprio pensiero anche se difforme. Accettare le idee della maggioranza senza alcuna contestazione è un modo per sentirsi parte integrata del gruppo, per evitare l’isolamento o le critiche e in questo, inesperienza e immaturità giocano sicuramente un ruolo sfavorevole ostacolando l’affermazione del proprio pensiero e del proprio modo di essere se questo significhi essere uno contro tutti. La mia esperienza lavorativa mi ha permesso di testare in prima persona questo fenomeno poiché, durante la prima fase lavorativa, ancora “giovane e inesperiente”, proprio la consapevolezza delle scarse conoscenze ed esperienze maturate, mi hanno più volte portato a nascondermi dietro al pensiero degli altri, subendo la pressione di una maggioranza unanime che mi imponesse metodologie, norme e comportamenti organizzativi, senza “propormi” più di tanto. Mi sono però sempre riservata la facoltà di togliermi ogni dubbio riguardo ad ogni situazione facendo ulteriori verifiche e/o ricerche , ed esponendone successivamente gli esiti al gruppo e in tal modo lavorando su me stessa e imparando ad avere sempre maggiore "self- confidence" e autonomia di scelta.
In ogni caso considero questo fenomeno una reazione quasi “inconscia” al convenzionalismo a cui la società di oggi ci ha abituati, limitando la nostra voglia di trovare da soli le risposte ai problemi, di superare da soli gli ostacoli, di accettare e far prevalere dentro se stessi in primis le proprie idee.
Condivido il pensiero di molti dei miei colleghi, in particolare della collega Caccamo.
Credo che il conformismo nasca principalmente dalla non padronanza degli argomenti affrontati sia nella vita privata che lavorativa, che dalla debole personalità.
Io mi reputo una persona abbastanza determinata che non teme il giudizio altrui anche quando questo discosti parecchio dal mio. Parecchie volte mi sono trovata a sostenere un pensiero divergente rispetto a quello di massa perchè pienamente convinta della mia posizione. Ammetto, in altre occasioni soprattutto quando non padrona dell'argomento, di essermi conformata al parere dei molti.
Anch'io penso, come qualche altro collega, che il conformismo al pensiero dI una maggioranza sbagliata sia frutto di poca personalità e poco carattere. Personalmente ho anche provato a mettere in pratica l'esperimiento Asch, riscontrando gli stessi esiti: un quesito abbastanza ovvio posto ad un collega, il quale ha risposto in maniera errata ed omologa al gruppo di altri colleghi che ne sosteneva la falsa veridicità. In questo caso però, volendo spezzare una lancia a favore del collega, credo che la risposta sia stata influenzata non solo dalla ingenuità del collega, ma anche dalla totale fiducia che egli stesso ripone nei colleghi di filiale. Di conseguenza, il risultato conseguito da Asch non mi sorprende. Analogamente però sarebbe opportuno sottoporre allo stesso esperimento dei soggetti con una personalità spiccata in modo tale da valutare se i risultati conseguiti sarebbero gli stessi. Infine, pesonalmente non mi ritengo una persona che si omologa al parere degli altri o che si fa influenzare da esso semplicemente perchè è il gruppo che lo pensa, piuttosto cerco sempre di osservare con spirito critico le varie circostanze che lo richiedono, siano esse concernenti l'ambito lavorativo piuttosto che l'ambito privato.
L'esperimento di Asch coglie uno deglil aspetti più interessanti e limitanti del contesto lavorativo ma direi anche del contesto "vita"!
Il risultato dell'esprimento non mi sorprende molto in quanto in molti ambiti si sperimentano gli atteggiamenti di conformismo e di "allineamento" ad un determinato standard.
Ovviamente il tempo e l'esperienza mitigheranno gli effetti dell'influenza degli altri e la sicurezza in se stessi ci permetterà di non spercare energie e motivazioni facendoci, forse, acquistare quella leadership tanto desiderata!
Il risultato dell'esperimento di Asch non mi ha sorpreso molto, penso che il conformismo e la tendenza all'allineamento facciano parte della natura umana. Riflettendo attentantamente mi ha sorpreso molto, però, scoprire quanto di frequente nella vita di tutti i giorni questo atteggiamento sia assunto anche da persone non propriamente "ingenue".